La storia siamo noi

storiaNata di marzo. Femmina, diversa, unica. Nata da un atto di rivolta, una ribellione calcistica che si ritroverà lunga tutta la sua storia quasi centennale. Nata in un ristorante, nel centro di Milano, un locale che allora, era il 1908, radunava gli intellettuali della città. Era la sera del 9 marzo".
Si, probabilmente, cento anni di ribellione. Di governo e di opposizione, e mai di serie B. Cento anni con il cuore spesso in gola, cento anni di uomini e di storie. E d'una moltitudine di emozioni. Il nome che cambia, sempre squadra femmina rimane. Tra i fondatori un pittore, Giorgio Muggiani, quasi a simboleggiare inconsapevolmente cento anni più tardi un lungo fiume di ricordi, su una tela morbida. Il primo presidente fu tale Giovanni Paramithiotti, con la h come intrusa, lo stemma con le sigle FCIM che si intrecciano in un campo oro, chiuso da due cerchi, uno nero ed uno azzurro, ovvero la notte ed il cielo. Un romanzo senza fine.

Cento anni dopo l'Inter si avvia a un compleanno di siffatto impatto con la grandeur della femmina fatale, che attrae e seduce, che ammalia e si mette in posa. Sfoggiando titoli nobiliari, atti di territori conquistati a partire dal lontano 1910, uno scudetto strappato alla Pro Vercelli dopo uno spareggio. Gli scudetti sono oggi 18, uno dei quali assegnato dalla giustizia sportiva a seguito dello scandalo di Calciopoli.

A pari merito con il Milan, dal quale la costola nera e azzurra prese vita. Venti sono stati i presidenti. E una famiglia, la stirpe dei Moratti, ha contraddistinto le epoche più feconde. Al timone Angelo, dal 1955, ecco arrivare tre titoli tricolori (il primo ad otto anni dall'insediamento), due coppe dei campioni, due coppe intercontinentali e l'appellativo di Grande Inter. Con Massimo al comando, dal 1995, cinque scudetti, una coppa Uefa e quatro edizioni della coppa Italia, quattro Supercoppe Italiane, una Champions e un Mondiale per Club. Anche se, è giusto e doveroso precisarlo, la carica di presidente dal 2004 al 2006 fu destinata dallo stesso Massimo Moratti a Giacinto Facchetti.

La scomparsa, avvenuta nel settembre del 2006, ha reso la figura di Facchetti comunque immortale agli occhi del popolo non solo nerazzurro. Pazza Inter nelle vittorie e nelle sconfitte, negli scudetti persi a Mantova e a Roma e sempre, effetto thrilling, all'ultima giornata. Internazionale di nome e di fatto. Denominazione che durante il fascismo fu costretta a licenziare, sostituendola con la più italiana Ambrosiana, per poi venire ripresa il 27 ottobre del 1945, a secondo conflitto mondiale terminato.

Dici oggi Inter e chi puoi citare? Per i meno giovani, per i tifosi con qualche "anta" alle spalle sicuramente Giuseppe Meazza. E poi l'indimenticabile Benito Lorenzi, Skoglund, l'apolide Nyers durante la gestione Masseroni ed il rosario degli anni sessanta. Sarti, Burgnich, Facchetti: Tagnin (Bedin) Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Milani (Peirò) Suarez, Corso.. Allenatore Helenio Herrera. Un genio, un precursore, un affabulatore. Un dittatore calcistico ancor oggi osannato.

Per cavalcare la sbarazzina squadra degli anni ottanta, Zenga, Bergomi, Ferri, Altobelli, Beccalossi, Mattheus, Brehme ed un allenatore, Trapattoni, strappato alla famiglia Agnelli da Ernesto Pellegrini, presidente del catering e della ragioneria, un selfmade man che s'arrampicò nell'olimpo del calcio sbattendo contro il Milan di Berlusconi, al quale riuscì durante il periodo della sua presidenza (1984-1995) a strappare un titolo nazionale da record, vincendo anche una edizione della coppa Uefa ed una Supercoppa italiana. Una conduzione prima familiare, poi manageriale, giocatori campioni del mondo convinti a fare il salto della barricata, Collovati, giocatori sbattuti alla porta, Bagni, per spigolosità caratteriali. E infine la convinzione che l'Inter avrebbe potuto rinascere ancora grazie alla famiglia Moratti.

Dire Inter è anche ricordare la squadra degli anni 70, del più forte centravanti italiano dopo Meazza, ovvero Roberto Boninsegna, di coloro che non si arrendevano alla gloria ed agli anni di logorio, Burgnich, Facchetti, Bedin, Mazzola, Corso, quelli dello scudetto del sorpasso.. È ricordare Ivanoe Fraizzoli e la "first sciura" Renata, ancor oggi presente sulle tribune dello stadio Meazza a tifare Inter, ovvero la figlia che non ebbe mai in dono da Dio ma che così fu trattata, con le debolezze e le spigolature di una tenera coppia di sposi avvinghiati l'un l'altra a quelle maglie di colore nerazzurro. Internazionale nella prosa e nelle rose, di ogni continente hanno appartenuto, anche se per qualche soffio di vento, a questa società.

Perché c'è orgoglio ed appartenenza in Javier Zanetti, il primo acquisto di Massimo Moratti da neopresidente. Argentino di Buenos Aires, fresco ed esuberante atleta, mai domo e mai a terra, pronto a toccare con i suoi 34 anni le 600 presenze all'Inter. Perché c'è ancora riconoscenza in Massimo Moratti e nelle strutture medico-societarie in Nwanko Kanu, nigeriano con una malformazione congenita al cuore, stoppato al cospetto di una morte precoce e certa grazie alla sensibilità ed alla professionalità della gente dell'Inter.

Perché c'è sempre rispetto in Ronaldo, colui che un anno fa scelse il "tradimento" pur di ritornare a Milano. E che fu, pochi lo sanno, un gesto voluto d'infedeltà calcistica. Perché Massimo Moratti non volle avallare un ritorno scomodo. O forse più semplicemente perché considerò improponibile il prosieguo di una storia finita male.
Tante altre storie, tanti nomi. Racchiusi in libro mastro. Che si legge da cento lunghi anni.

Il 15 novembre 2013, dopo 18 anni, si chiude l'era di Massimo Moratti e arriva alla presidenza dell'Inter l'indonesiano Erick Thohir.