Una presidenza storica

angelo MorattiStiamo per parlare del quindicesimo presidente dell’Inter. Angelo Moratti. Un tuffo nel passato neanche tanto recente, ma i cui ricordi sembrano non cancellarsi mai. Una presidenza storica, tanto che ancora oggi, parlando di quegli anni, per farsi capire basta dire “La Grande Inter”.

Comprò la società nerazzurra per 100 milioni di Lire sabato 28 maggio 1955 e ne rimase alla guida per 13 anni, poi arrivò Fraizzoli, ma quella è un’altra storia. Dopo i primi tempi difficili in cui neanche l’acquisto del talento argentino Angelillo servì a trovare una dimensione, arrivarono Helenio Herrera - il “mago”, uomo di ferro e di grande disciplina - e Italo Allodi,  pioniere dell’attuale dirigenza delle società di calcio, colui che seppe introdurre il calciomercato come lo si intende ora – magari un po’ più genuino – e un’organizzazione societaria innovativa.

Da quel momento la musica iniziò a cambiare. In 5 anni 3 scudetti, due Coppe Campioni e due Intercontinentali. La formazione la sanno a memoria quelli che c’erano, ma anche i giovanissimi tifosi nerazzurri a cui sono state raccontate le meraviglie di quegli anni: Sarti -  Burgnich, Facchetti - Bedin, Guarneri, Picchi- Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso. Per i neofiti dell’ambiente si raccomanda di dirla ad alta voce e scandendo in modo corretto le pause tra i settori. 

Tutto perfetto insomma, l’emanazione sportiva dello spirito e del carattere del Presidentissimo Angelo Moratti e della moglie Erminia, colei che gli trasmise la grande passione per il calcio. Fu lui a costruire il centro sportivo ad Appiano Gentile, La Pinetina e a dare il via al mito. Dal sito dell’Inter: “ Una fusione passionale e molecolare tra Moratti, la squadra, Herrera, i tifosi e la città di Milano. Non è possibile descrivere quanto era bella la città grazie alla forza, alle idee e al calcio della società nerazzurra”.

Ma Angelo Moratti, non era soltanto il presidente della più forte squadra di allora e un grande industriale che costruì la sua fortuna con le proprie forze, ma anche un uomo di forte altruismo. Non negò mai un aiuto, anche economico, a chi ne avesse bisogno e la sua proverbiale generosità è stata certamente una delle ragioni che lo hanno posto sopra il concetto di mero imprenditore. 

Vittorie nel lavoro e sul campo, sempre con una classe immensa tanto da non perdere mai la dignità e le staffe di fronte a qualsiasi evento anche difficile. Un esempio, sempre dal sito interista, per rendere l’idea: il 1° giugno 1967, dopo aver perso la Coppa Campioni, l’Inter affrontava il Mantova e doveva vincere. Sulla Juventus aveva soltanto un punto di vantaggio (48 a 47). Le cose andarono male per un errore di Sarti e un arbitraggio a dir poco imbarazzante. Dopo la fine della gara volarono parole grosse e anche qualche scappellotto. Fu proprio Moratti a mettere la parola fine all’intemperanza collettiva. Un tono se vogliamo anche sarcastico, ma soprattutto saggio: “Siamo stati grandi quando si vinceva, cerchiamo di essere grandi anche ora che abbiamo perduto. Forse siamo rimasti troppo tempo sulla cresta dell’onda. E tutti a spingere per buttarci giù. Ora saranno tutti soddisfatti”. 

Morì il 12 agosto del 1981, ai suoi funerali a Milano c’era una folla degna di un grande uomo di Stato e dal 5 novembre scorso il Piazzale antistante lo stadio Meazza, San Siro, porta il suo nome. Ora c’è una targa sulla cancellata della “Scala del calcio”  vicino all’ingresso principale. Una cerimonia voluta dal Comune di Milano alla quale hanno partecipato i familiari del grande Presidente, giocatori di ieri e di oggi e tanta gente che si ricordava di lui con stima e affetto o che dai padri e dai nonni ne ha sentito parlare. 

L’Inter ora porta in cima all’organigramma societario lo stesso cognome, quello del figlio Massimo, e sembra ripercorrere la stessa strada, con una partenza su strada tortuosa, ma che sembra ogni giorno più affrontabile. La classe, la disponibilità e i grossi investimenti dell’attuale presidente ricordano quei tempi seppur in un contesto più elaborato come il calcio di oggi, ma è così che le storie continuano, lasciando il segno nei successi, nel prestigio, ma soprattutto nella capacità di realizzare i sogni degli altri.